Spazio racconti

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ANNA RITA PANI. Nata a Cagliari nel 1976 e diplomata presso il Liceo Artistico. Fin da piccola mostra interesse per le arti quali la pittura, il canto e la scrittura. Partecipa a diversi concorsi letterari per racconti brevi, ricevendo alcuni riconoscimenti fra i quali: III classificata alla I edizione del Concorso Letterario Internazionale "Penne D'Oro della Letteratura Italiana" (2020) con "Fra quei vicoli, l'addio", II classificata alla II edizione del Concorso Letterario Internazionale "Scrittori Sotto Riflettori 2020" con "La sedia rossa", I classificata alla IV edizione del Concorso Letterario Internazionale "Verba Volant, Scripta Manent 2021" con "Il luogo perfetto", editi dalla Casa Editrice "CentoVerba". Nel 2020 vince la I edizione del concorso "Scrivere ai tempi del Coronavirus" edito dall'Associazione Culturale "CartaBianca" di Cagliari con il brano "Oltre questo tempo".


L'anima invecchia prima


La realtà si infrange sul cuore come le onde del mare prima dell'alba, quando il cielo si fonde con l'acqua mentre il mondo ancora dorme... Era questo che pensava mentre stava seduta su quella vecchia sedia a dondolo cigolante, con lo sguardo al cielo oltre la finestra. Fra le mani accartocciate teneva la sua Bibbia, consumata di fede e ricordi. Era dentro quel sacro scrigno che celava la sua esistenza: foto di una vita lontana, lettere, frammenti di sentimenti ormai quasi svaniti sulla carta, ma non dal cuore.

Non parlava, contemplava. Ripensava all'uomo che aveva amato, un sentimento mai ammesso, ma sublimato. Quello al quale donò la sua intera esistenza senza pretendere nulla in cambio. Perché ci sono amori così profondi da non aver bisogno di corpo e catene.

Quella Bibbia lo sapeva, sapeva tutto di lei, sua sola confidente. Aveva visto i suoi tormenti e le sue lacrime, i suoi occhi pieni di silente orgoglio per ogni vittoria del suo amore, che visse nel silenzio, come una madre che culla il suo piccolo temendo di svegliarlo.

Aveva sempre amato la malinconia della pioggia, ma quel cielo limpido ora le inondava la vista. Era stanca: il troppo amore a volte affatica più degli anni. A molti lei era sempre apparsa un po' bizzarra, diversa dalle altre persone. Per altri, invece, era solo una donna sola, forse incapace di farsi amare per scelta o per necessità di vivere la sua esistenza in un sentimento non umano per questo mondo veniale. Ma chi era realmente lei per se stessa? Un'illusa? Una fallita? Una pazza? No, lei sapeva bene chi era: una creatura non adatta a questa vita, che dava un valore a cose che per la maggior parte delle persone non lo hanno. Una sorta di incompresa nella futilità dell'esistere.

Eppure quella che per tanti sarebbe insoddisfazione, per lei era semplice felicità. Le bastava poco: il silenzio della notte, il rosso di un tramonto, le fusa di un gatto incontrato per strada, la pioggia sul viso. E l'odore della terra bagnata... quanto le piaceva quel profumo, la faceva sentire viva! Lei era così, semplicemente.

Una nuvola bianca e impalpabile la distolse da se stessa. Un attimo prima non c'era, ora invece sembrava essersi materializzata per avvolgere dolcemente i suoi pensieri. Ed in quel momento lei si chiese se oltre quella nube ci fossero gli occhi del suo amore, scuri e profondi, ma brillanti come quelli di un bambino. E si domandò quanto tempo la avrebbe ancora separata da lui e se mai, oltre questa vita, avrebbe avuto il coraggio di rivelargli i suoi sentimenti. Durante quel pensiero sorrise piano e strinse la sua Bibbia talmente forte da sentire quasi le sue vecchie dita bruciare.

Aveva perso il conto dei suoi anni, di quelli che aveva vissuto e di quelli che il suo cuore trascinava in un bosco di cicatrici. Di certo, però, se ne sentiva addosso molti più di quelli che realmente aveva. Forse per questo i giorni le scorrevano davanti, oltre quella finestra, come filtrati attraverso un caleidoscopio.

Spinse la testa all'indietro e la sedia a dondolo riprese il suo lento movimento. Una leggera brezza entrò dalla finestra e delicata le accarezzò i capelli. Infondo era tutto perfetto ed ogni attimo vissuto in più era un nuovo passo verso l'eternità. Seduta davanti a quel panorama, insieme ai suoi ricordi, avrebbe aspettato il giorno seguente e tutti quelli che ancora sarebbero arrivati. Ma ora era troppo stanca per pensarci. Chiuse gli occhi: sentiva sul suo corpo tutti secoli del mondo perché, quando ama così tanto, l'anima invecchia prima.


Anna Rita Pani


AA.VV. - CartaBianca, 10 anni di concorsi lettearari, X edizione concorso letterario per racconti brevi ed aforismi - Antologia delle opere sezione adulti a cura di F. Manca Nicoletti - Kalb Edizioni 2019 - pp. 38/39.



FRANCESCA CUCCIA, quarta di sette figli, nasco in provincia di Palermo, frequento la scuola rurale nelle campagne di Chiosi e da qui viene fuori il mio immenso amore per la natura. Tutto mi emoziona, da autodidatta mi avvicino alla pittura e a 16 anni scrivo la mia prima poesia "La mia piccola finestra", un inno alla libertà, agli spazi infiniti che ogni uomo deve possedere fuori e dentro di sé. Porto dentro la gioia di comunicare, di esprimere le passioni per ciò che ha senso vivere. Il mio amore per tutto ciò che è nascosto lo esprimo anche nella ricerca e nella scoperta dell'animo umano, dove mi inabisso con trasporto quasi una missione.


Una discesa a terra (... falso contatto)


Avrei fatto prima a scendere le scale ma cedo all'ascensore, cinque piani sono troppi!

"Ecco che arriva, un po' vecchio... ma accogliente come sempre".

Entro e chiudo le porte, premo il pulsante e mi giro verso lo specchio: "Che spettacolo!".

L'odore di mughetto arriva prima dell'immagine, sarà la nuova profumazione che ha messo il portiere. Mentre mi guardo sento la mia vita addosso, burlona e incantatrice, riflessa sembro doppia, forse starei meglio in nero...

Che dire allo specchio che ripetutamente m'interroga in questi secondi di discesa?

Mi fa sempre le stesse domande e spesso, devo ammettere, preferisco girare le spalle.

Anche se chiudo un occhio, l'altro mi scruta e finisco per correggere il trucco, il rossetto è a posto, avrei dovuto alzare i capelli? Ma no! Vado bene lo stesso!

Fuori alzerò il cappuccio, qui c'è sempre vento...

La pulsantiera segna il quarto piano, che faccio? I miei occhi cedono, l'immagine riflessa mi dà noia, guardo le scarpe e... mannaggia alla fretta, sbaglio sempre... sembro una crocerossina in campo militare.

Ecco! Il terzo piano lo riconosco senza guardare, lo capisco dal dondolio, in questo punto l'ascensore s'inceppa e penso sempre che qualche volta verrà la fine.

Quanto tempo perso in questa discesa, sono sola e mi sento a disagio.

Come starei da sola?

Non l'ho mai provato, sono quarta di sette fratelli e la mia tribù magnifica non mi ha mai fatto sentire il silenzio, quello vero, quello che fa male... dico "Meno male!".

Se resto ancora qui dentro posso anche andare in panico.

Quando toccherò terra - giuro - userò solo le scale!

Lo dico sempre!

Adesso sono pronta, quasi esco, ho superato il secondo piano, non guardo più lo specchio, lo trovo bugiardo... o sono bugiarda io?

Sento passi nella scala, qualcuno scende a piedi, magari arriva prima di me e io perderò altro tempo ad aspettare che si apra la porta.

Le attese sono snervanti, bucano la mente, avverto l'ansia al primo piano e vorrei uscire.

"Non posso!". Ancora qualche attimo e sarò fuori per sempre.

Come sipario vedo le porte aprirsi, una scena visitata e mai corretta, da cinque anni, sempre la stessa e gli stessi pensieri...

Dove vado e perché, se farò bene o era meglio non provare, scegliere, comprare, attendere, pagare.

Gesti ripetuti, commissioni obbligate, la spesa trasformata in viaggio di piacere e il nuovo pensiero prima di tornare in ascensore... dirmi che aspetterò domani per salire dalle scale e trovare una scusa allo specchio per andare altrove.


Francesca Cuccia


ISABELLA SCOTTI, poetessa e scrittrice.

Potete leggere la sua biografia alla pagina "Chi siamo" 

e una sua poesia alla pagina "Spazio poesie".


Vendetta di mezzanotte


Era quasi mezzanotte, quando, deciso, si avviò alla macchina. Era una notte di pioggia, molto fitta. Tirò su il bavero dell'impermeabile e affrettò il passo, perché aveva dimenticato l'ombrello. Ma le gocce d'acqua che bagnavano il suo viso, non gli davano affatto fastidio, anzi, in un qualche modo sembravano purificarlo, allontanando pensieri spiacevoli, che stranamente lo assillavano da giorni. Ma ora, finalmente, si sentiva sollevato. Aveva finito di occuparsi di quei due. Quella coppia che voleva separarsi ad ogni costo (almeno così sembrava per la moglie, ma non per il marito), e che lo aveva impegnato sia in tempo speso a parlare e a spiegare, sia mentalmente.
Aveva così deciso di passare il caso ad un suo collega, snervato dal comportamento iroso di quell'uomo. E aveva deciso di mollare tutto per una meritata vacanza a Filicudi, che amava per la sua tranquillità, quella di cui sentiva tanto il bisogno. Il suo lavoro ultimamente lo prendeva troppo, ne era convinto.
" Basta con gli esaltati, con chi non è in grado di gestire risentimenti, di controllare i propri stati emotivi". L' uomo, quel marito irascibile, gli era subito sembrato a pelle un antipatico, un essere di cui diffidare. Ma ora se ne era liberato e inutile dirlo, si sentiva leggero. Era giunto ormai alla macchina, quando la sua attenzione si focalizzò sul cruscotto, dove c'era un foglietto sotto il tergicristallo. Lo prese in mano e lesse:  "Tu, verme incapace, non hai saputo fare niente per me, che non volevo separarmi, e mi hai pure ceduto ad un altro stupido come te. Ma io so cosa fare: ti ucciderò. Ti toglierò dalla faccia della terra. Incomincia pure a tremare, perché non sai quando ti colpirò".
Rimase impietrito, incapace di muoversi, con la paura addosso. Non riusciva a pensare e nemmeno ebbe il tempo di provare a farlo, che una mano, improvvisamente, da dietro, gli strinse il collo, immobilizzandolo, mentre l'altra affondava nella carne, il coltello. Il sangue, caldo e copioso usciva ora dal suo fianco, mentre cadeva, incredulo, consapevole di star per morire, sull'asfalto. Ebbe solo il tempo, prima di chiudere gli occhi per sempre, di rivedersi sulla sua barca al mare.

Quel mare ormai lontano, mai più raggiungibile.

Isabella Scotti,   ottobre 2018

Testo : copyright legge 22 ottobre 1941 n° 633.


George e Madeleine


George da un po' di tempo era sempre più triste. Tutti lo avevano notato. I suoi occhi velati di malinconia, tradivano il suo stato d'animo. Era innamorato, null'altro, ma senza speranza. L'aveva conosciuta nella sua casa in Provenza, fuori dal caos cittadino, in un'oasi verde, isolata, in campagna, durante un incontro tra amici. Come dimenticare quella visione... Lei stava là, in giardino, mollemente abbandonata su di una sedia, romanticamente confusa tra le rose, col suo ombrellino aperto per ripararsi dal sole, e il fido Rocky vicino, a farle compagnia. Sembrava di essere in Paradiso. Il patio della casa era bellissimo, profumavano i glicini e l'ombra fresca dei rampicanti offriva una tregua al caldo d'agosto. Li presentarono gli amici, e insieme sorseggiando del buon tè freddo, parlarono affabilmente. Fu così che George, a poco a poco, in un crescendo di emozioni, magicamente, complici profumi nell'aria e fiori sparsi qua e là, s'innamorò. Ma Madeleine non era la persona giusta. Era sposata. Lo scoprì quasi subito, quando giunse Pierre, affabile anche lui e molto educato. Sapete, l'amore rende fragili, vulnerabili e può far stare male da morire. Così di colpo tutto crollò, George si sentì solo, deluso, triste come non mai. Aveva sognato, desiderato di vivere con lei un amore assoluto ed ora il sogno s'era infranto. Lasciò la Provenza dopo pochi giorni, tornando amareggiato alla sua Londra. Ma il ricordo di quell'incontro lo accompagnava ormai giorno e notte. Chissà se il passare del tempo, avrebbe rimarginato mai quella ferita aperta, dolorosa. Noi crediamo di sì, povero George, innamorato non corrisposto. Perché il tempo lenisce sempre il dolore, anche quello che sembra talmente invivibile da lasciarci senza speranza.

Isabella Scotti maggio 2016

Testo : copyright legge 22 aprile 1941 n° 633. 

La Rosa


   Le nostre esistenze sono come tante rose colorate, in apparenza possono ammaliare il nostro sguardo per tale bellezza. Quando sono nella pienezza della fioritura, i loro colori affondano nel nostro cuore. Ogni rosa ha i suoi colori e le sue sfumature che la rendono unica e mai banale, le sue forme, anche se simili, ma mai uguali, creano armonia ed eleganza.

   Le loro diversità sanno evocare un'emozione così da godere appieno della loro bellezza.

   Non tutti sanno coglierle in modo da non affondare le mani in quelle spine pungenti, che se toccate nel punto sbagliato feriscono provocando dolore.

   Solo chi userà estrema attenzione e delicatezza, riuscirà probabilmente a non farsi male.

   Le nostre vite sono parallele a queste meravigliose e differenti specie.

  Le spine sono le nostre difese per proteggerci da chi ha infranto i nostri sogni e non ci ha dato la possibilità di sbocciare, solo chi saprà cogliere la nostra essenza potrà far aprire i nostri petali e assaporare il loro profumo.

   Mi chiamo Noa e sono sempre stata una rosa bianca profumata, ma non ho potuto fiorire. Ho tentato di farlo, ma mi hanno spezzato il gambo, perché chi mi ha colto si è punto e non ha avuto la pazienza di valorizzare la mia bellezza, mi ha lasciato cadere a terra e sono rimasta inerte su quel suolo ruvido; fragile ad attendere che qualcuno raccogliesse la mia anima aspettando pazientemente la mia fioritura. Ero sola in quell'eco che solo io potevo sentire e solo il mio cuore poteva riconoscere, quel suono e quell'eco ormai distanti, ma sempre pronti a raggiungermi.

   A che serve cantare se qualcuno non può udire la tua voce!

   A che serve gridare se nessuno ti ode!

   A che serve piangere se un'anima non raccoglie le tue lacrime!

   A che serve il silenzio se nessuno lo può condividere!

  Io così limpida, vulnerabile, nuda davanti ai suoi occhi, rapinata da ciò che la vita a volte regala, non ho saputo gridare al mondo il mio tribolo, la mia umiliazione, non ho saputo gridare al mondo il mio compianto per non provocarne un altro.

   Vorrei che il vento portasse lontano la mia ombra, vorrei che la musica suonasse per me, vorrei morire per rinascere. Sarà difficile vivere una seconda vita, ricominciare, ma la vita è questa, morire per risorgere.


Sara Baietti